Quando stiamo male — un’ansia che non ci lascia, un periodo di tristezza, una difficoltà che si ripete — la prima domanda che ci facciamo quasi sempre è: “cosa c’è che non va in me?”. È una domanda comprensibile, ma spesso parziale. Perché un disagio psicologico, anche quando lo sentiamo profondamente nostro, raramente nasce e vive isolato dal contesto in cui ci troviamo.
Il termometro e la stanza
Immagina un termometro appeso alla parete di una stanza. Se segna una temperatura troppo alta, ha senso dire che il termometro “ha un problema”? No: il termometro sta semplicemente facendo il suo lavoro, segnalando qualcosa che riguarda la stanza nel suo complesso — un termosifone acceso, una finestra chiusa, una giornata particolarmente calda.
In una famiglia, in una coppia, in un gruppo di lavoro, a volte succede qualcosa di simile: una persona inizia a manifestare un disagio — ansia, sintomi fisici, difficoltà di vario tipo — che in realtà riflette anche tensioni, squilibri o cambiamenti che riguardano tutto il sistema di relazioni in cui questa persona vive. Non perché “la colpa sia degli altri”, ma perché le persone non vivono mai davvero isolate: siamo in costante relazione, e quello che succede tra noi e chi ci circonda lascia il segno.
Una doppia lettura, non una sostituzione
Questo non significa che il disagio individuale non sia reale, o che non vada preso sul serio in quanto tale — sintomi come ansia, attacchi di panico o tristezza profonda sono esperienze vissute concretamente da una persona, e meritano attenzione e cura individuale.
Significa però che, accanto alla domanda “cosa c’è che non va in me?”, può essere utile farsi anche un’altra domanda: “cosa sta succedendo intorno a me, nelle relazioni che vivo, in questo periodo della mia vita?”. A volte un sintomo che sembra “spuntato dal nulla” si chiarisce molto di più se guardato insieme al contesto: un cambiamento in famiglia, un equilibrio di coppia che si è modificato, un ruolo che non ci appartiene più ma che continuiamo a ricoprire.
Perché questo cambia l’approccio alla cura
È uno dei motivi per cui un approccio sistemico-relazionale alla psicoterapia non si limita a guardare “dentro” la persona, ma tiene conto anche delle relazioni significative — anche quando il percorso è individuale. Capire come un sintomo si inserisce in una rete di relazioni non serve a “spiegarlo via”, ma ad aprire più strade per affrontarlo: a volte lavorando sulla persona, a volte su come si comunica in famiglia o in coppia, spesso su entrambi i livelli insieme.
Diagnosi e categorie diagnostiche possono essere utili come punto di partenza, ma rischiano di diventare una “etichetta” che racchiude la persona in una definizione, perdendo di vista il contesto e la storia che hanno portato a quel disagio in quel momento particolare.
Uno sguardo più ampio, non meno personale
Questa riflessione mi è tornata in mente di recente leggendo un testo che metteva in relazione la psicoanalisi con la dimensione politica (Bruno Moroncini, Lacan politico, Cronopio) — un’angolazione diversa dal mio modo di lavorare, ma che mi ha fatto pensare a quanto, anche nella mia ottica sistemico-relazionale, il disagio abbia sempre una dimensione che va oltre il singolo individuo.
Guardare anche al contesto relazionale non rende il disagio meno “tuo”, né sposta la responsabilità altrove: semplicemente, allarga lo sguardo, e spesso restituisce alla persona una sensazione importante — quella di non essere “rotta” o “sbagliata”, ma di essere in una situazione che ha senso, se la si guarda da una prospettiva più ampia.
E questo sguardo può allargarsi ulteriormente: le relazioni di prossimità — famiglia, coppia, amicizie, scuola, lavoro — sono spesso il primo livello da cui partire, ma il contesto in cui viviamo include anche cerchi più larghi, fino alla società e al momento storico-culturale che attraversiamo. Anche questi piani più ampi lasciano un segno in come un disagio si manifesta e viene vissuto.
Se in questo periodo ti riconosci in qualcosa di simile e vuoi parlarne, puoi contattarmi attraverso la pagina Contatti per fissare un primo colloquio.



